Sono le dieci di sera e il buio, da tempo, ha già inghiottito i colori.
I miei passi sono leggeri e non scuotono il sonno delle ghiandaie.
Continuo a salire, lentamente, per impedire al repiro di farsi sentire.
Non ho una meta precisa ne un tempo da rispettare.
Giungo ai piedi di un costone roccioso, in quel punto la vegetazione dirada e lascia vedere il paese in fondo alla valle. Le luci sono poche e fioche, la gente dorme e ignara attende il mattino. Trovo uno spazio alla base della parete bianca e mi siedo cercando di non fare rumore. C’è un’aria lieve che passa tra i miei capelli e si infila nel bavero della giubba, muove rami sottili, rivolti verso l’alto di giovani quercie. Non lascia nessuno privo della sua carezza, Il profumo della terra mi avvolge e trasforma la persona che sono in arbusto, impronta di tasso, radice, ali di gufo.
Il battito del cuore rallenta al riposo e allungando l’orecchio, s’intona alla donnola che più non teme la goffa mia sagoma o lo sguardo assorto nel pieno, lontano dal vuoto.
Adesso!
Essere tutto o niente, insieme o unica entità. Un passaggio estremo, l’oltrepasso del confine logico umano, il tornare a casa.
Riparto,
torno a salire,
è mezzanotte oramai.
Il fiato diventa pesante, i passi tonfano nel buio, non vedo i piedi alternarsi nella salita e concentro la mente solo nel moto….
Giordan